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URLA ovvero del canto delle sirene

14,00 €

di Caterina Ridi
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Inizio campagna 6 ottobre 2026
Fine campagna 14 gennaio 2027
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Consegna prevista per marzo 2027.
La spedizione avverrà tramite corriere espresso.

Spedizione gratuita per gli ordini nazionali da 3 copie in su (escluse zone di spedizione speciali).

Biografia

Mi chiamo Caterina Ridi e sono nata a Piombino 26/01/1998. Ho conseguito il diploma di scuola superiore presso il Liceo Linguistico ISIS Carducci Volta Pacinotti nel 2017. A quattordici anni, incontro il mondo teatro e m’innamoro senza riserve. Dopo laboratori, spettacoli, rassegne, debutti, decido di perseguire l’approfondimento dell’universo teatrale nel mio percorso universitario e, nel 2021, mi laureo nella Triennale di Lettere e Filosofia, dipartimento Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo, corso Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Purtuttavia, la scrittura scalpita e urla, impossibile da ignorare: emerge violenta nella struttura della drammaturgia, sincretismo perfetto dei miei più grandi amori; il teatro e la penna. Collaboro per un triennio con l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, con opere inedite che portano la mia firma. Attualmente, cerco di consolidare questi microcosmi artistici, recuperando anche quello dell’arte visuale, come perno attorno al quale ruota la mia vita.

 

L’opera

Entrano. Ospiti indesiderati. Il loro lineamenti sono quelli di una malattia psichiatrica che si innesta sotto la mia pelle per sette anni, ammorbando la mia materia organica, nullificandomi, annichilendo il profumo della vita stessa. Una diagnosi che odora di condanna, di sentenza, di epilogo. L’anoressia nervosa impone i suoi diktat, io sua umile vestale. Eppure, l’inchiostro non mi viene sottratto. Se non posso uccidere i miei demoni, posso scrivere della loro brutalità carnea, mefitica e anelare la mia resurrezione laica. URLA. Come quelle strazianti che non fuoriuscivano dalla mia trachea. URLA. Come verbo imperativo che adesso posso esercitare senza scontare pene. Il canto delle sirene che attrae a sé, quello del disturbo, che sta lentamente trasformandosi in brusio confuso. Questa raccolta di poesie condensa e descrive il tossico amore che si afferma all’insorgere di un disturbo psichiatrico, la progressiva coscienza della sua distruttività e la possibilità di una redenzione: è possibile non essere vittime dei lati più tetri e mortiferi di noi stessi.

 

Perché ho scritto quest’opera

Scriviamo, da che l’uomo principiò la sua storia, per esser letti. Non avevo altra arma tanto incisiva quanto potente come quella della violenza dell’inchiostro per esorcizzare la brutalità di ciò che stava accadendo alla mia psiche, al mio corpo e al mio animo durante gli anni dell’anoressia. Bramavo, un giorno, di poter tornare sui miei scritti e dichiarare una lontananza da quell’universo. Senza la paternalistica e supponente pretesa che questo testo possa sradicare coloro che sono affetti da un disturbo simile dalla loro condizione, ritengo sia sempre catartico dare un nome alle cose. Descrivere il dolore e la sofferenza significa già fare ordine, già espiare. La ragione più urgente nell’atto della scrittura è stata forse questa: dare voce per allontanare.

 

Perché ho scelto di pubblicare con Bookapoem

Per un giovane autore, incontrare una dimensione di pubblicazione democratica, libera dalle sovrastrutture coercitive e dell’editoria odierna è un’esperienza quantomai inedita. Lo spazio qui è dato al lettore, che valuta la bontà dell’opera, l’autore, invece, cerca di promuovere con amore e cura, senza la bramosia fallace della fama, la sua opera. La commistione di questi due poli mi hanno trasportata ad abbracciare la proposta editoriale di Bookapoem.

 

Estratto

I.

Non siamo amiche di vecchia data, ci conosciamo da una parentesi temporale tanto transitoria quanto distruttiva. Hai agito sulla mia mente e sul mio corpo come un’abile amante, seducente e nefasta, garantendomi la promessa di una certezza, di una struttura salda e rigorosa. Hai avuto l’ardire di innestarti fra le mie sinapsi, cancerogena e muffosa, infestante ed egemonica. Ero impossibilitata e non seguire la tua voce di sirena poiché, nel buio e nella perdita solipsistica di chi io fossi, rappresentavi l’unica mano tesa a salvarmi e guidarmi. Tu voce di sirena e io Ulisse sprovvisto di corde per salvaguardarmi. Hai occultato chi fossi e forse hai bussato all’uscio dei miei ventricoli proprio per questo: mettere in pausa chi fossi, deresponsabilizzarmi dal monito impellente e costante di dover risultare sempre un’eccellenza. Mi hai consentito morbosamente di trovare un’ulteriore area nella quale divenire la versione peggiore e migliore di me. Il dato più raccapricciante, vomitevole è che ti ho amata. Ho amato il corpo che mi hai consentito di plasmare, la perseveranza nel resistere a istinti primari, il senso del limite, mai tracciabile e sondabile, ma sempre riprogrammabile, definibile nuovamente. Conoscevo un dolore lacerante e infiammato che correva nelle mie viscere: tu gli hai fornito un urlo. La mia gabbia di ossa, gli spigoli che spingono sotto la pelle, le vene che esplodono da un epitelio flebile e minuto: testimoni taciti ed eloquenti della mia mente e cuore sofferenti. Torno da te, ogni volta con più rabbia e determinazione poiché so che puoi renderti garante del lenimento della perdita del mio io. Eppure: hai rubato sommessamente ogni mio Bios Vitale. Il mio sorriso, la mia creatività, la mia arte, le mie albe, i miei tramonti, le mie notti folli, la mia leggerezza, i miei balli gitani, il mio vino nero, i miei compari, i miei detrattori. Tu, sola, protagonista del tuo monologo ad atto unico. Non scritto da me, solo commissionato. Non ho l’ardire di darti commiato, non ne ho coraggio. So che è necessario che tu ti sposti dal centro della mia cornea più lucida poiché io, qua sotto, ancora esisto e ho voglia di vita. E combatto, anche se non ti scalfisco. Ti minaccio, anche se non ti spavento. Anche se mi terrorizza chiederti di farti da parte. Non ambisco a tornare chi ero, non mi voglio in quelle vesti che son poi coloro che mi hanno condotta sofisticamente qua. Eppure, scalpito all’idea di incontrare chi io sia. Nuova, con una storia diversa. Mi emoziona ipotizzare le mille nuove me, ognuna delle quali conduce sulla sua pelle le tracce di questa storia brutale e ne fa tesoro, leccandole come un gatto, guarendole ed apprendendo ad osservarle con maturo distacco. Mi do appuntamento di fronte a un bar e mi presento di nuovo, nome e cognome. Saranno gli occhi a guidarmi, come asseriva Saramago in Cecità: le ciglia e le palpebre che traducono il tangibile, il circostante mai ingannati da fuorvianti precetti. Voglio occhi di bimba e pelle di bimba per ascoltare i miei nuovi rumori. O i miei nuovi silenzi. Senza ossessioni per i digiuni, senza far male al mio corpo con farmaci inopportuni, senza salire e scendere da un dispositivo che mi consegni quattro cifre delle quali esser fiera. Poiché devo esser fiera di un dato soltanto: vivere. La volontà di vivere. In qualsiasi forma, con qualsiasi pelle da abitare, in qualsiasi luogo non luogo e tempo non tempo.

II.

Piacere mio

Carne sangue piscio: martirio ed estasi

Microsistemi biologici perfetti autosufficienti funzionali

Sì, ma io non ti do ossigeno!

Piacere mio, io sono lui e tu non sei me

Non sempre

Non spesso

Certe volte

Allineami, curami, presentami

La prima vetrina in cui baffi unti di maiali pieni di soldi ti osservano

Disinteressati

Sono io

Non lo voglio il tuo amore, sono sazio

Piacere mio

Non mi spezzo

Tira più forte

Non ti spezzi

Tira

Logorami, divorami

Cenere caduta a terra

Non mi spezzo

Mi ami un po’ meno di ieri?

Amami meglio, stasera

Siamo forti in due?

Siamo forti, in due

Fai uso di me, abuso di me

Non mi offendo!

Impiegami, muovimi

Hai dita forti, occhi attenti

Respirami, dammi tregua

Dormi con me

Posami a fianco di qualcuno

Posami al suo fianco

Permettimi di godere

Concedimi sesso ed eccesso

Non asciugare i miei umori colati

Leccami il sangue via dalle unghie

Lascia il sale seccarmisi addosso a giugno

Resta dentro, nasconditi

Fai parlare me

So essere convincente

Lo sai

Mi hai graffiato?

Risarciscimi dei tuoi debiti

Pagami un caffè e offrimi una sigaretta

Due

Cento

Trenta al giorno

Ci piace questa merda?

Concordo

Svuotami

Camminami, portami in giro

Affaticami, saprò di essere in vita,

partecipe al ballo

Sfoggiami

Vestimi bene, ma vestimi poco

Lascia che mi stringano con nuove promesse di carta

Di cosa hai paura?

Fammi sedere là

Su di lui

Su di lei

Permettimi di sdraiarmi su di loro

Di cosa hai paura?

Unisciti a me, incartami la tua fiducia nell’alluminio

Lasciamela su un ripiano del frigo

Siamo forti, in due.

Siamo forti in due.

Siedi con me, qui

Nel mio diaframma

Vedi? È semplice.

Semplice.

Che fai?

Lascia stare le mie unghie

Non farlo

Ci ho impiegato così tanto tempo

Allontanati

Dalla mia pelle

Vai via

Quello è il mio sangue

Le mie lacrime

Ridammele

La mia merda

È mio, tutto mio

Non avanza niente nel piatto dei miei banchetti

Ti ho detto di allontanarti

Sadismo e vaniglia

Fammi bere, ho sete

Dammi il vino

Dammene quanto ne vuoi

Lasciami vomitare qualche incontro sbagliato

Non piangere la mia morte

Avresti dovuto smettere di mangiarmi le unghie quando te l’ho chiesto

Ci troviamo a metà strada

Sei forte da sola, lo so

Non odiarmi

Amami

Amami come quando eri piccola

In silenzio

Un silenzio grande, da grandi

Ho solo eseguito ciò che hai richiesto

a metà strada, su un tram vuoto che coi denti di ferro mangia tutta la città

Starai bene con me, allora

Starai bene con me, allora?

Mi troverai dove mi hai lasciato

Per allora

Sarò abbastanza per te

Lo sono sempre stata

Lo sono sempre stata?

III.

Sono io il centro di me stessa

Il nucleo attorno al quale ruotano elettroni

Sono io il centro del mio universo

Sono io

Con la meravigliosa colpa di essere difettosa

Incompleta

Imperfetta

Nasco con la consapevolezza

Che l’impeccabilità

Definisca

Il mio valore come individuo

Nasco con la consapevolezza

Che l’eccellenza

Sia

L’unica meta alla quale ambire

Nasco

Cresco

Maturo la nuova certezza

Che il fallimento

Che la caduta

Che la vulnerabilità

Siano

L’attraversamento più completo

Per sbocciare

Il mio corpo

È brutalmente sporco, impreciso

Il mio corpo

Non è il corpo che fu e neanche quello che sarà

Eppure

Il mio corpo

Mi permette

Di unirmi al mondo

Di miscelarmi alla vibrazione della terra

Di perdermi e di ritrovarmi

Sono una donna oramai

Sono sempre bambina

Sono la donna che non pensavo di diventare

Che abbraccia la bambina che sognava di cavalcare le stelle

Ci prendiamo mano per mano

Ci fondiamo

Diventiamo un unico respiro

La gentilezza, la cura, l’ascolto del processo

La centratura, l’equilibrio e il disequilibrio

Salvano il mio animo

Dall’essere vittima della stasi

Intreccio i capelli alla me bambina

Li carezzo

E le confido

Che presto tutto andrà come deve andare

E che se non saremo in grado di cavalcare le stelle

Potremo comunque sederci davanti alle onde eloquenti

Che vanno e vengono

E sanno prendere e lasciar andare

Prendere

E lasciar andare

Lasciar andare

Lasciar andare

 

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