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Biografia
Laura Ricci è psicologa del lavoro e delle organizzazioni, psicologa palliativista, Death Educator e Presidente dell’Associazione Doceat. Docente universitaria alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, accompagna da quasi trent’anni persone e organizzazioni attraverso trasformazioni profonde, riconoscendo l’interdipendenza tra benessere individuale e salute organizzativa.
Come formatrice e consulente, costruisce contesti di lavoro psicologicamente sicuri dove esprimere talenti e affrontare vulnerabilità. La sua esperienza in ambito palliativo le ha insegnato a trasformare ferite in forza, crisi in opportunità di crescita. Lavora con équipe multiprofessionali, supportando leadership, delega e gestione di traumi personali e aziendali.
Le sue Psicopoesie non sono esercizio letterario, ma testimonianze vive di un’esperienza clinica che ha imparato a leggere il sacro dentro le ferite: verità professionale trasfigurata in lirica, nata dall’ascolto dei momenti più fragili e luminosi dell’esistenza umana.
L’opera
Il tema centrale di Psicopoesie è l’incontro trasformativo: quello tra terapeuta e paziente, ma anche quello più profondo tra una persona e sé stessa. Ciò che unifica ogni testo è la convinzione che la cura sia un atto di presenza autentica, capace di restituire dignità alla fragilità umana. Attraverso la vulnerabilità, il silenzio, l’attesa e la perdita, il libro esplora come ogni esperienza dolorosa possa germogliare in trasformazione.
Non offro risposte, ma apro stanze emotive dove il lettore può riconoscersi nelle proprie crepe e scoprire che proprio da quelle nasce la luce.
La raccolta è un organismo vivo che respira insieme a chi legge, ricordando che la resilienza non è resistenza, ma capacità di fiorire dopo ogni caduta. Ogni poesia è un sussurro che dice: la tua storia invisibile merita di essere vista, il tuo buio può essere grembo fertile, la tua vulnerabilità è porta d’accesso alla verità più profonda. È un viaggio verso la consapevolezza che la guarigione emotiva passa attraverso l’accettazione gentile di ciò che siamo.
Perché hai scelto bookapoem?
1. Valorizzazione della poesia come forma d’arte autonoma: Bookapoem è una piattaforma specializzata che riconosce alla poesia la dignità di genere letterario a sé stante, non un’appendice della narrativa. Per un lavoro come le mie Psicopoesie – dove ogni verso nasce da esperienza clinica autentica – questo significa trovare lettori che cercano specificatamente profondità lirica e contenuto esistenziale, non semplice intrattenimento.
2. Comunità di lettori consapevoli e sensibili: Chi sceglie Bookapoem cerca poesia che parli alla vita reale, che attraversi temi profondi come il dolore, la trasformazione, il senso. Le mie Psicopoesie – nate dall’ascolto di separazioni, lutti, crisi che spezzano e rigenerano – troverebbero qui un pubblico già predisposto ad accogliere la testimonianza autentica di chi ha abitato professionalmente la fragilità umana.
3. Visibilità mirata senza dispersione: Una piattaforma dedicata garantisce che la mia opera raggiunga chi cerca proprio quel tipo di contenuto: lettori interessati alla dimensione terapeutica della parola, professionisti della cura, persone in percorsi di crescita personale. Il mio lavoro non si perde nel mare indistinto dell’editoria generalista, ma trova la sua nicchia naturale di apprezzamento.
Estratti
Una gru
Non un foglio liscio,
un origami.
Ogni piega che soffri
non è rottura,
è forma.
Non torna indietro,
ma diventa meraviglia.
Accogliere le pieghe,
trasformarle consapevolmente,
diventare l’opera d’arte,
essere curiosi di come le piegature
ti ricompongono.
E una gru
che ha imparato a volare
sa una cosa che il foglio liscio
non saprà mai:
la bellezza richiede pressione,
la forma richiede pieghe,
la vita richiede coraggio.
Tu sei origami.
Vola.
L’arte dell’attesa fertile
C’è una stanza dove il tempo
rallenta il suo passo affannato,
dove le parole pesanti
possono finalmente posarsi
come ninfee galleggianti sull’acqua.
Come Monet nei suoi giardini
cercava la verità della luce che cambia,
così qui nessuno giudica
le tue crepe,
nessuno ti chiede
di essere intero
prima di essere visto,
poiché è proprio attraverso le increspature
che entra la luce.
La cura psicologica è un ponte
sopra l’acqua che non sceglie cosa riflettere,
accoglie tutto:
il bello e il difficile,
le sfumature scintillanti
e le ombre oscure.
La cura è uno specchio paziente
che riflette anche ciò
da cui hai sempre distolto lo sguardo.
Non arriva con soluzioni facili
strette nel pugno,
ma con domande morbide
tra ninfea e riflesso,
tra bordi tra acqua e cielo,
tra spazi che credevi murate per sempre.
È imparare a respirare
nei luoghi stretti dell’anima,
a chiamare per nome
il buio dell’acqua profonda
e le ombre sotto le foglie.
È fare amicizia
con le parti di te
che hai esiliato,
riportare sulla tela di casa
ogni frammento,
anche quell’erbaccia che sembrava fuori luogo,
poiché tutto trova il suo posto
nell’armonia del quadro.
La cura psicologica
non cancella il dolore vissuto,
ma ti insegna ad attraversare
lo stagno delle emozioni
con quell’azzurro intenso
che solo il pianto e il sorriso conoscono.
È un viaggio lento
verso te stesso,
poiché ogni ninfea ha il suo tempo
per aprirsi,
ogni riflesso il suo istante
per apparire.
La cura psicologica
è l’arte dell’attesa fertile:
stare accanto,
tenere lo sguardo,
aspettare la rivelazione naturale
della bellezza del giardino interiore
che hai imparato a coltivare.
Il sorriso come madrelingua
Quando entri in una stanza dove il buio abita le spalle,
il tuo sorriso è il primo verbo che impari a coniugare.
Non è frontiera, non è mascheramento:
è l’antica lingua che il corpo conosce da prima
che la mente imparasse a dubitare.
Perché noi siamo circuiti aperti,
anime vulnerabili che risuonano con le frequenze altrui,
specchi liquidi dove l’emozione dell’uno diventa
il battito del cuore dell’Altro.
E tu, che guidi, sei il primo violino di questa sinfonia.
Il sale della produttività? È il divertimento.
L’antidoto al conflitto? È il tuo sorriso consapevole.
Conosci la responsabilità che porti nelle guance?
Ogni tua espressione è un messaggio
che non chiede permesso di entrare.
Il tuo volto è una porta aperta o
una saracinesca calata.
Tu sei il primo laboratorio dove si sperimenta se
è sicuro sentire, sperare,
guardarsi negli occhi senza paura.
Sorridere sostiene la resilienza come il terreno sostiene la radice.
È meccanismo di difesa consapevole e generoso:
non nega il dolore, ma lo attraversa con dignità.
Non copre le ferite,
ma le illumina con una luce che guarisce.
Come il chiaroscuro di Caravaggio
l sorriso non cancella le ombre del volto,
ma le accoglie nella composizione.
È la luce che entra obliqua nella scena,
rivelando la profondità dei lineamenti,
la storia scritta nelle rughe d’espressione.
Non è il sorriso patinato della pubblicità,
ma quello terapeutico dell’arte barocca:
dove la luce e l’ombra dialogano,
dove la bellezza nasce dal contrasto accolto,
dove il volto diventa narrazione onesta di gioia e di ferita.
Il tuo sorriso, come il pennello del maestro,
non nega il buio nella stanza,
ma vi porta dentro un raggio intenzionale
e proprio in quella tensione tra luce e ombra
nasce lo spazio terapeutico,
lo spazio dove è permesso essere umani, vulnerabili, veri.
Ecco allora il tuo compito di accompagnatore:
imparare la madrelingua del sorriso.
Farla fluire dal petto, dalla consapevolezza, dall’amore.
Inviarla come messaggio contagioso:
“Che piacere averti qui“.