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Psicopoesie – Sussurri e voci dalle stanze della cura

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di Laura Ricci
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Inizio campagna 11 febbraio 2026
Fine campagna 22 maggio 2026
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Consegna prevista per luglio 2026.
La spedizione avverrà tramite corriere espresso.

Spedizione gratuita per gli ordini nazionali da 3 copie in su (escluse zone di spedizione speciali).

Biografia

Laura Ricci è psicologa del lavoro e delle organizzazioni, psicologa palliativista, Death Educator e Presidente dell’Associazione Doceat. Docente universitaria alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, accompagna da quasi trent’anni persone e organizzazioni attraverso trasformazioni profonde, riconoscendo l’interdipendenza tra benessere individuale e salute organizzativa.

Come formatrice e consulente, costruisce contesti di lavoro psicologicamente sicuri dove esprimere talenti e affrontare vulnerabilità. La sua esperienza in ambito palliativo le ha insegnato a trasformare ferite in forza, crisi in opportunità di crescita. Lavora con équipe multiprofessionali, supportando leadership, delega e gestione di traumi personali e aziendali.

Le sue Psicopoesie non sono esercizio letterario, ma testimonianze vive di un’esperienza clinica che ha imparato a leggere il sacro dentro le ferite: verità professionale trasfigurata in lirica, nata dall’ascolto dei momenti più fragili e luminosi dell’esistenza umana.

 

L’opera

Il tema centrale di Psicopoesie è l’incontro trasformativo: quello tra terapeuta e paziente, ma anche quello più profondo tra una persona e sé stessa. Ciò che unifica ogni testo è la convinzione che la cura sia un atto di presenza autentica, capace di restituire dignità alla fragilità umana. Attraverso la vulnerabilità, il silenzio, l’attesa e la perdita, il libro esplora come ogni esperienza dolorosa possa germogliare in trasformazione.

Non offro risposte, ma apro stanze emotive dove il lettore può riconoscersi nelle proprie crepe e scoprire che proprio da quelle nasce la luce.

La raccolta è un organismo vivo che respira insieme a chi legge, ricordando che la resilienza non è resistenza, ma capacità di fiorire dopo ogni caduta. Ogni poesia è un sussurro che dice: la tua storia invisibile merita di essere vista, il tuo buio può essere grembo fertile, la tua vulnerabilità è porta d’accesso alla verità più profonda. È un viaggio verso la consapevolezza che la guarigione emotiva passa attraverso l’accettazione gentile di ciò che siamo.

 

Perché hai scelto bookapoem?

1. Valorizzazione della poesia come forma d’arte autonoma: Bookapoem è una piattaforma specializzata che riconosce alla poesia la dignità di genere letterario a sé stante, non un’appendice della narrativa. Per un lavoro come le mie Psicopoesie – dove ogni verso nasce da esperienza clinica autentica – questo significa trovare lettori che cercano specificatamente profondità lirica e contenuto esistenziale, non semplice intrattenimento.

2. Comunità di lettori consapevoli e sensibili: Chi sceglie Bookapoem cerca poesia che parli alla vita reale, che attraversi temi profondi come il dolore, la trasformazione, il senso. Le mie Psicopoesie – nate dall’ascolto di separazioni, lutti, crisi che spezzano e rigenerano – troverebbero qui un pubblico già predisposto ad accogliere la testimonianza autentica di chi ha abitato professionalmente la fragilità umana.

3. Visibilità mirata senza dispersione: Una piattaforma dedicata garantisce che la mia opera raggiunga chi cerca proprio quel tipo di contenuto: lettori interessati alla dimensione terapeutica della parola, professionisti della cura, persone in percorsi di crescita personale. Il mio lavoro non si perde nel mare indistinto dell’editoria generalista, ma trova la sua nicchia naturale di apprezzamento.

 

Estratti

 

Una gru

Non un foglio liscio,

un origami.

Ogni piega che soffri

non è rottura,

è forma.

Non torna indietro,

ma diventa meraviglia.

Accogliere le pieghe,

trasformarle consapevolmente,

diventare l’opera d’arte,

essere curiosi di come le piegature

ti ricompongono.

E una gru

che ha imparato a volare

sa una cosa che il foglio liscio

non saprà mai:

la bellezza richiede pressione,

la forma richiede pieghe,

la vita richiede coraggio.

Tu sei origami.

Vola.

 

Intuizione

C’è una saggezza che non leggiamo nei libri,

che abita nell’ondulazione del respiro,

nel battito che sa prima della mente,

nella pelle che sussurra verità

che le parole ancora non possono nominare.

Intuizione è il corpo che ricorda

ciò che la memoria ha dimenticato.

È la mano che sa dove toccare la ferita

senza che l’occhio glielo dica.

È il silenzio che sente la presenza

prima di vedere il viso.

Quando apriamo lo spazio interno,

quello polveroso dove dormono i sogni,

quello profondo dove l’inconscio tesse storie,

improvvisamente vediamo chiaro.

Non con gli occhi.

Con qualcosa di più antico.

Come le ninfee di Monet:

alla mostra non le hai solo guardate,

le hai attraversate.

Ti sei perso nei riflessi d’acqua,

nelle sfumature di viola e verde che si dissolvevano l’una nell’altra.

Non hai cercato di capire dove finiva il cielo e dove iniziava lo stagno:

semplicemente hai galleggiato un po’ nella sensazione.

Non c’è linea netta da seguire,

non c’è forma definita da riconoscere.

È l’occhio che si abbandona,

il respiro che rallenta, il corpo che sa senza pensare

che questa bellezza indefinita è più vera del contorno.

L’intuizione è questo:

percezione che precede la definizione.

Sentire prima di nominare.

Riconoscere la verità anche quando è ancora sfocata.

La terapia non insegna l’intuizione, la ricorda.

Impariamo a fermarci.

A toccare la quiete.

A tradurre i sussurri del profondo in gesti, scelte, direzioni.

E scopriamo che l’intuizione non è mistero:

è solo amore che sa leggere il cuore

prima che il pensiero lo tradisca.

 

Prendere e lasciare

La vita ci chiede due gesti

semplici come il respiro,

profondi come il mare:

prendere

e lasciare.

Nel mio studio,

nelle organizzazioni dove entro,

nei gruppi che accompagno,

vedo sempre la stessa danza:

chi prende troppo e si esaurisce,

chi lascia troppo presto e perde occasioni,

non prende e resta fermo,

chi non lascia e si blocca.

E allora lavoro su questo:

aiutarti a sentire

quando è tempo di aprire le mani

per accogliere un caso difficoltoso,

e quando è tempo di aprirle per chiuderlo.

Senza colpa.

Senza rigidità.

Senza quella paura che blocca tutto.

Come “The Gates” nel Central Park:

migliaia di porte arancioni

che esistevano solo per essere attraversate,

né dentro né fuori ma

nel passaggio stesso,

nel movimento continuo,

tra accogliere e lasciare andare,

nella bellezza effimera di ciò che si apre

proprio perché sa che dovrà chiudersi.

E forse la saggezza professionale

è imparare ad abitare questo ritmo:

prendere ciò che sostiene il lavoro

lasciare ciò che non serve più al processo.

Entrare e uscire,

ricevere supervisione

e consegnarla al proprio team,

ed accompagnarli

alla risoluzione della difficoltà.

Io sono qui

per ricordarti questo movimento,

per accompagnarti mentre impari

a fidarti di nuovo del tuo potere professionale,

a ricevere sostegno quando ne hai bisogno,

a lasciare andare situazioni organizzative

quanto è maturato il tempo.

Perché entrambi i gesti sono cura.

Entrambi sono professionalità.

E tu — proprio tu —

sei capace di entrambi.

 

 

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