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Biografia
Sono nato a Caltagirone (piccolo centro in provincia di Catania) il 3 giugno del 1975; vivo a Caltagirone; sono laureato in lettere moderne, svolgo attività di educatore ed insegnante privato; ho già pubblicato una silloge “Katane” (Edizioni Ca. Le. Co) nel 2016; sono padre di un bambino di sette anni, Pietro Takao. Ho vinto nel 1997 il premio internazionale di poesia Maria Marino.
Appassionato di musica e cinema. Dal 2007 faccio parte dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
L’opera
Il fiore del sacrilegio è una raccolta di poesie che vedrà la luce dieci anni dopo la mia prima pubblicazione, Katane (2016). Se in Katane il protagonista, Endimione, vive completamente immerso in una dimensione onirica, filtrando tutta la realtà attraverso “gli occhi del sogno”; in Il fiore del sacrilegio l’io lirico-narrante prende coscienza del suo lungo dormire (che lo mantiene giovane e immortale) e auspica di avere un contatto con quella iddìa che compare nei suoi sogni, ma che, una volta diventata l’oggetto assoluto dei suoi desideri, svanisce, lasciando un vuoto, e causandogli un dolore che lo risveglia.
Endimione, a questo punto, non sa bene dire se il suo amore si sia davvero concretizzato, se ha realmente avuto modo (fisicamente) di amare Selene (Tu), o se sia stato tutto il frutto di un lungo sogno, che ha creato in lui una sensazione di praesentia.
Sa che quell’amore gli manca, quella voce che gli faceva visita in sogno, mentre era addormentato; ma è l’essersi consumato dell’amore, il dolore della perdita che lo ha risvegliato. Arriva ad una consapevolezza: un fiore, per quanto bello e profumato, se viene tenuto sotto una teca che lo mantiene sempre giovane, che ne impedisce il maltrattamento e la consunzione, non è un fiore immortale, è soltanto un fiore che non è stato mai vivo.
Pur essendo bellissimo, non essendo sfiorato dalla vita, è un fiore inutile e triste!
La bellezza senza la vita, ovvero senza il dolore e l’amore (che quasi sempre sono inestricabilmente compresenti), è finta; e la bellezza di un fiore è tale solo se il fiore può appassire o essere colto o venire strappato. La bellezza e il profumo delle rose non sarebbero tali se le rose non dovessero appassire, anzi il loro profumo diventa ancora più dolce quando appassiscono.
Un’altra consapevolezza spinge Endimione al risveglio: ciò che conta non è l’essere stati amati, ma l’aver amato, il non smettere mai di amare. Tutto ciò che è presente nell’universo non continuerebbe ad esistere senza l’amore; l’amore è la trama dell’universo, il terreno su cui nascono continuamente nuovi fiori.
Sì, il “sacrilegio”del titolo è proprio quello perpetrato dallo stesso Endimione, ed è consistito nel suo volersi svegliare da quel sonno che lo rendeva immortale ed eternamente giovane: un dono divino che viene da lui rifiutato, rigettato. Senza questo sacrilegio, senza questo rifiuto dell’immortalità donatagli dal padre degli dei, Endimione non avrebbe avuto una reale consapevolezza del significato e della sostanza dell’amore.
Perché ho scritto quest’opera
Trattandosi di una silloge di liriche d’amore, inevitabilmente, l’ispirazione è autobiografica. Le poesie sono state scritte nel corso di svariati anni, in risposta a impulsi emozionali di varia natura: disperazione, desolazione, gioia, desiderio, gelosia, ovviamente amore. Successivamente, ho meditato a lungo sull’opera, quando ho avuto l’idea di raccogliere le poesie sparse in un canzoniere unitario.
Ho voluto dare testimonianza, attraverso la mia esperienza, per quanto mediata dal verso e “mitizzata”, di una condizione che ha riguardato me personalmente, ma che riguarda molti adolescenti, soprattutto in questo nostro sciagurato presente.
Oggi vengono chiamati “hikikomori” quei ragazzi che, a causa dell’ansia e della paura del mondo esterno e della sfrenata competitività sociale, si ritirano in un volontario e prolungato isolamento, chiudendosi nella propria casa o stanza per mesi o anni. Vivono come in un bozzolo protettivo, immersi in una realtà virtuale e tecnologica: come Endimione, dormono un prolungato sonno dentro una “caverna”.
Dopo la prematura e ravvicinata morte dei miei genitori, anch’io mi sono rinchiuso, sebbene non proprio come gli hikikomori, nella mia piccola stanza-sgabuzzino delle case popolari di via Minosse, a Caltagirone, la mia città natale, dove vivo tuttora. Mi sono immerso in un sogno poetico-idealistico che mi ha sempre più allontanato dalla vita reale: lo facevo per rabbia, per paura, per dolore.
Ho rinunciato agli studi, alle amicizie, all’amore. Tutto ciò che mi serviva era un foglio bianco e una penna, sufficienti a creare una vita fittizia. Così sono diventato Endimione, eternamente giovane ed eternamente “dormiente”. Ma era una tragica illusione: fuori dalla mia stanzetta, il mondo reale procedeva con i suoi ritmi incalzanti e veniva, inesorabilmente, a bussare alla porta della “caverna”.
Non si può e non si deve evitare la realtà della vita, per quanto paurosa e dolorosa essa sia. Questo è il messaggio che vorrei trasmettere a tutti quei ragazzi che oggi si sentono scoraggiati e si ritirano a vita privata: non si può vivere nascosti, non è vita! La realtà viene sempre a scovarti e allora il dolore potrebbe diventare davvero insuperabile.
Non rinunciate ai vostri sogni, ma viveteli! Non rinunciate alla vostra vita, potreste rimpiangerla amaramente. Bisogna risvegliarsi e accettare la lotta, combattere con i mostri là fuori, che sembrano spaventosi solo perché non li affrontiamo. Quando li affronteremo, ci accorgeremo che non sono così spaventosi e che la vita — con le sue delusioni, gli amori perduti e le sofferenze inevitabili — è vera vita solo quando viene vissuta “fuori dalle mura” della nostra zona di conforto, fuori dal guscio che sembra proteggerci.
Il vero amore, la vera felicità sono nella vita reale: dobbiamo andarceli a conquistare! Aprire la porta della nostra stanzetta e buttarci nelle acque del fiume!
Estratti dall’opera
I TUOI NERI LUNGHI CAPELLI
Gli endecasillabi sciolti
in lacrime.
La sublime sensazione
di vederti nelle rime
sdrucciole.
I tuoi neri lunghi capelli
d’ebano, che dalle virgole
sembra spuntare debbano.
I silenzi delle piogge
endemiche.
L’amarti che fu
disequazione di fulmini.
Le mie pur minime
cancellazioni di te.
Ridere mi faccio, mi sbellico.
Fino a gridare, fino a perderti.
M’aggiro nel giro dei secoli,
maltrattandoli. Lì, ti aspetterò.
Asciugandoli su un filo
di orizzonti in cui t’impegoli,
carezzerò i tuoi neri lunghi
capelli d’ebano.
22 settembre 2025
A DAFNE
Da me scappi
che debbo amarti, mentre
non vuoi tu che diramarti,
farti pianta, radicarti dove
non possa più io metter
passo né cuore.
Per esser ramaglia, fuggi;
ed appena l’epidermide sfioro
delle tue periferiche, aduggi,
verdichi, vanifichi il mio
progetto di due.
Rivendichi l’uscita di scena,
alle tese braccia offrendo
una schiena, di fiera corteccia
vestita, di sfida.
Ma sempre ti cerca la carne,
ti vuole; e sempre dissolve
la carne in trepide foglie.
Il piede di sandalo schiaccia
la scandagliosa mano che
prese la traccia di te.
Il respiro che mi
giunge non è
che alito di lieve
vento su un ramo.
28 luglio 2017
AMMURI È BRORU RI CICIRI
Si m’assu miscatu ca so bucca
Si fossiru li me mani a tuccarila
Si fossiru li so mani a tuccarimi
Si idda dicissi u me nomi na vota
Si nun s’u scurdassi chiù
S’iu sacciu u so nomi e suru u so nomi sacciu
Si idda tariassi giustu ‘ndu me cori
Si idda s’addunassi c’u me cori è na stidda
Si idda tariassi bonu virissi puru na faidda
Si s’allummassi comu’n pospuru
Si s’annammurassi comu m’annammuru iu
Si m’annammuru sempri ri idda
Si idda nun ne vo sentiri mancu a broru