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Biografia
Mi chiamo Caterina Ridi e sono nata a Piombino 26/01/1998. Ho conseguito il diploma di scuola superiore presso il Liceo Linguistico ISIS Carducci Volta Pacinotti nel 2017. A quattordici anni, incontro il mondo teatro e m’innamoro senza riserve. Dopo laboratori, spettacoli, rassegne, debutti, decido di perseguire l’approfondimento dell’universo teatrale nel mio percorso universitario e, nel 2021, mi laureo nella Triennale di Lettere e Filosofia, dipartimento Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo, corso Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Purtuttavia, la scrittura scalpita e urla, impossibile da ignorare: emerge violenta nella struttura della drammaturgia, sincretismo perfetto dei miei più grandi amori; il teatro e la penna. Collaboro per un triennio con l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, con opere inedite che portano la mia firma. Attualmente, cerco di consolidare questi microcosmi artistici, recuperando anche quello dell’arte visuale, come perno attorno al quale ruota la mia vita.
L’opera
Entrano. Ospiti indesiderati. Il loro lineamenti sono quelli di una malattia psichiatrica che si innesta sotto la mia pelle per sette anni, ammorbando la mia materia organica, nullificandomi, annichilendo il profumo della vita stessa. Una diagnosi che odora di condanna, di sentenza, di epilogo. L’anoressia nervosa impone i suoi diktat, io sua umile vestale. Eppure, l’inchiostro non mi viene sottratto. Se non posso uccidere i miei demoni, posso scrivere della loro brutalità carnea, mefitica e anelare la mia resurrezione laica. URLA. Come quelle strazianti che non fuoriuscivano dalla mia trachea. URLA. Come verbo imperativo che adesso posso esercitare senza scontare pene. Il canto delle sirene che attrae a sé, quello del disturbo, che sta lentamente trasformandosi in brusio confuso. Questa raccolta di poesie condensa e descrive il tossico amore che si afferma all’insorgere di un disturbo psichiatrico, la progressiva coscienza della sua distruttività e la possibilità di una redenzione: è possibile non essere vittime dei lati più tetri e mortiferi di noi stessi.
Perché ho scritto quest’opera
Scriviamo, da che l’uomo principiò la sua storia, per esser letti. Non avevo altra arma tanto incisiva quanto potente come quella della violenza dell’inchiostro per esorcizzare la brutalità di ciò che stava accadendo alla mia psiche, al mio corpo e al mio animo durante gli anni dell’anoressia. Bramavo, un giorno, di poter tornare sui miei scritti e dichiarare una lontananza da quell’universo. Senza la paternalistica e supponente pretesa che questo testo possa sradicare coloro che sono affetti da un disturbo simile dalla loro condizione, ritengo sia sempre catartico dare un nome alle cose. Descrivere il dolore e la sofferenza significa già fare ordine, già espiare. La ragione più urgente nell’atto della scrittura è stata forse questa: dare voce per allontanare.
Perché ho scelto di pubblicare con Bookapoem
Per un giovane autore, incontrare una dimensione di pubblicazione democratica, libera dalle sovrastrutture coercitive e dell’editoria odierna è un’esperienza quantomai inedita. Lo spazio qui è dato al lettore, che valuta la bontà dell’opera, l’autore, invece, cerca di promuovere con amore e cura, senza la bramosia fallace della fama, la sua opera. La commistione di questi due poli mi hanno trasportata ad abbracciare la proposta editoriale di Bookapoem.
Estratto
I.
Non siamo amiche di vecchia data, ci conosciamo da una parentesi temporale tanto transitoria quanto distruttiva. Hai agito sulla mia mente e sul mio corpo come un’abile amante, seducente e nefasta, garantendomi la promessa di una certezza, di una struttura salda e rigorosa. Hai avuto l’ardire di innestarti fra le mie sinapsi, cancerogena e muffosa, infestante ed egemonica. Ero impossibilitata e non seguire la tua voce di sirena poiché, nel buio e nella perdita solipsistica di chi io fossi, rappresentavi l’unica mano tesa a salvarmi e guidarmi. Tu voce di sirena e io Ulisse sprovvisto di corde per salvaguardarmi. Hai occultato chi fossi e forse hai bussato all’uscio dei miei ventricoli proprio per questo: mettere in pausa chi fossi, deresponsabilizzarmi dal monito impellente e costante di dover risultare sempre un’eccellenza. Mi hai consentito morbosamente di trovare un’ulteriore area nella quale divenire la versione peggiore e migliore di me. Il dato più raccapricciante, vomitevole è che ti ho amata. Ho amato il corpo che mi hai consentito di plasmare, la perseveranza nel resistere a istinti primari, il senso del limite, mai tracciabile e sondabile, ma sempre riprogrammabile, definibile nuovamente. Conoscevo un dolore lacerante e infiammato che correva nelle mie viscere: tu gli hai fornito un urlo. La mia gabbia di ossa, gli spigoli che spingono sotto la pelle, le vene che esplodono da un epitelio flebile e minuto: testimoni taciti ed eloquenti della mia mente e cuore sofferenti. Torno da te, ogni volta con più rabbia e determinazione poiché so che puoi renderti garante del lenimento della perdita del mio io. Eppure: hai rubato sommessamente ogni mio Bios Vitale. Il mio sorriso, la mia creatività, la mia arte, le mie albe, i miei tramonti, le mie notti folli, la mia leggerezza, i miei balli gitani, il mio vino nero, i miei compari, i miei detrattori. Tu, sola, protagonista del tuo monologo ad atto unico. Non scritto da me, solo commissionato. Non ho l’ardire di darti commiato, non ne ho coraggio. So che è necessario che tu ti sposti dal centro della mia cornea più lucida poiché io, qua sotto, ancora esisto e ho voglia di vita. E combatto, anche se non ti scalfisco. Ti minaccio, anche se non ti spavento. Anche se mi terrorizza chiederti di farti da parte. Non ambisco a tornare chi ero, non mi voglio in quelle vesti che son poi coloro che mi hanno condotta sofisticamente qua. Eppure, scalpito all’idea di incontrare chi io sia. Nuova, con una storia diversa. Mi emoziona ipotizzare le mille nuove me, ognuna delle quali conduce sulla sua pelle le tracce di questa storia brutale e ne fa tesoro, leccandole come un gatto, guarendole ed apprendendo ad osservarle con maturo distacco. Mi do appuntamento di fronte a un bar e mi presento di nuovo, nome e cognome. Saranno gli occhi a guidarmi, come asseriva Saramago in Cecità: le ciglia e le palpebre che traducono il tangibile, il circostante mai ingannati da fuorvianti precetti. Voglio occhi di bimba e pelle di bimba per ascoltare i miei nuovi rumori. O i miei nuovi silenzi. Senza ossessioni per i digiuni, senza far male al mio corpo con farmaci inopportuni, senza salire e scendere da un dispositivo che mi consegni quattro cifre delle quali esser fiera. Poiché devo esser fiera di un dato soltanto: vivere. La volontà di vivere. In qualsiasi forma, con qualsiasi pelle da abitare, in qualsiasi luogo non luogo e tempo non tempo.
II.
Piacere mio
Carne sangue piscio: martirio ed estasi
Microsistemi biologici perfetti autosufficienti funzionali
Sì, ma io non ti do ossigeno!
Piacere mio, io sono lui e tu non sei me
Non sempre
Non spesso
Certe volte
Allineami, curami, presentami
La prima vetrina in cui baffi unti di maiali pieni di soldi ti osservano
Disinteressati
Sono io
Non lo voglio il tuo amore, sono sazio
Piacere mio
Non mi spezzo
Tira più forte
Non ti spezzi
Tira
Logorami, divorami
Cenere caduta a terra
Non mi spezzo
Mi ami un po’ meno di ieri?
Amami meglio, stasera
Siamo forti in due?
Siamo forti, in due
Fai uso di me, abuso di me
Non mi offendo!
Impiegami, muovimi
Hai dita forti, occhi attenti
Respirami, dammi tregua
Dormi con me
Posami a fianco di qualcuno
Posami al suo fianco
Permettimi di godere
Concedimi sesso ed eccesso
Non asciugare i miei umori colati
Leccami il sangue via dalle unghie
Lascia il sale seccarmisi addosso a giugno
Resta dentro, nasconditi
Fai parlare me
So essere convincente
Lo sai
Mi hai graffiato?
Risarciscimi dei tuoi debiti
Pagami un caffè e offrimi una sigaretta
Due
Cento
Trenta al giorno
Ci piace questa merda?
Concordo
Svuotami
Camminami, portami in giro
Affaticami, saprò di essere in vita,
partecipe al ballo
Sfoggiami
Vestimi bene, ma vestimi poco
Lascia che mi stringano con nuove promesse di carta
Di cosa hai paura?
Fammi sedere là
Su di lui
Su di lei
Permettimi di sdraiarmi su di loro
Di cosa hai paura?
Unisciti a me, incartami la tua fiducia nell’alluminio
Lasciamela su un ripiano del frigo
Siamo forti, in due.
Siamo forti in due.
Siedi con me, qui
Nel mio diaframma
Vedi? È semplice.
Semplice.
Che fai?
Lascia stare le mie unghie
Non farlo
Ci ho impiegato così tanto tempo
Allontanati
Dalla mia pelle
Vai via
Quello è il mio sangue
Le mie lacrime
Ridammele
La mia merda
È mio, tutto mio
Non avanza niente nel piatto dei miei banchetti
Ti ho detto di allontanarti
Sadismo e vaniglia
Fammi bere, ho sete
Dammi il vino
Dammene quanto ne vuoi
Lasciami vomitare qualche incontro sbagliato
Non piangere la mia morte
Avresti dovuto smettere di mangiarmi le unghie quando te l’ho chiesto
Ci troviamo a metà strada
Sei forte da sola, lo so
Non odiarmi
Amami
Amami come quando eri piccola
In silenzio
Un silenzio grande, da grandi
Ho solo eseguito ciò che hai richiesto
a metà strada, su un tram vuoto che coi denti di ferro mangia tutta la città
Starai bene con me, allora
Starai bene con me, allora?
Mi troverai dove mi hai lasciato
Per allora
Sarò abbastanza per te
Lo sono sempre stata
Lo sono sempre stata?
III.
Sono io il centro di me stessa
Il nucleo attorno al quale ruotano elettroni
Sono io il centro del mio universo
Sono io
Con la meravigliosa colpa di essere difettosa
Incompleta
Imperfetta
Nasco con la consapevolezza
Che l’impeccabilità
Definisca
Il mio valore come individuo
Nasco con la consapevolezza
Che l’eccellenza
Sia
L’unica meta alla quale ambire
Nasco
Cresco
Maturo la nuova certezza
Che il fallimento
Che la caduta
Che la vulnerabilità
Siano
L’attraversamento più completo
Per sbocciare
Il mio corpo
È brutalmente sporco, impreciso
Il mio corpo
Non è il corpo che fu e neanche quello che sarà
Eppure
Il mio corpo
Mi permette
Di unirmi al mondo
Di miscelarmi alla vibrazione della terra
Di perdermi e di ritrovarmi
Sono una donna oramai
Sono sempre bambina
Sono la donna che non pensavo di diventare
Che abbraccia la bambina che sognava di cavalcare le stelle
Ci prendiamo mano per mano
Ci fondiamo
Diventiamo un unico respiro
La gentilezza, la cura, l’ascolto del processo
La centratura, l’equilibrio e il disequilibrio
Salvano il mio animo
Dall’essere vittima della stasi
Intreccio i capelli alla me bambina
Li carezzo
E le confido
Che presto tutto andrà come deve andare
E che se non saremo in grado di cavalcare le stelle
Potremo comunque sederci davanti alle onde eloquenti
Che vanno e vengono
E sanno prendere e lasciar andare
Prendere
E lasciar andare
Lasciar andare
Lasciar andare