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Biografia
Sono Niccolò, il dodicesimo di diciassette figli, ho 25 anni. Scrivo a partire dall’esperienza quotidiana, dal corpo, dalle relazioni e dai luoghi attraversati: case, stazioni, boschi, città, margini. La mia scrittura nasce da un’urgenza etica prima ancora che letteraria: interrogare ciò che resta umano dentro la fragilità, il conflitto, la perdita, l’amore e la responsabilità individuale nel mondo contemporaneo. La poesia, per me, è uno spazio di resistenza e di ascolto, un tentativo di stare dentro le contraddizioni senza semplificarle. Panorama minimo è il mio primo libro di politica, come mi piace chiamarlo, perché tutta la mia poesia è legata a doppio nodo col mondo, le scelte delle persone, della collettività, i soprusi e il potere, in un lavoro stratificato che tiene insieme autobiografia, memoria collettiva e sguardo politico, nel tentativo di nominare ciò che spesso resta invisibile o indicibile.
L’opera
“Panorama minimo” è una raccolta poetica che attraversa il corpo, la famiglia, l’amore, il viaggio, la perdita e la responsabilità storica dell’essere umani. Le poesie si muovono tra luoghi intimi e spazi collettivi: case, treni, città europee, boschi, piazze, conflitti. Il “panorama” non è grandioso né consolatorio: è minimo perché umano, frammentato, imperfetto. La lingua alterna lirismo e durezza, immagini naturali e riferimenti politici, cercando una poesia che non separi l’emozione dal pensiero. Il libro è diviso in sezioni che accompagnano un percorso di consapevolezza: dall’io al noi, dalla memoria privata alla storia comune, fino alla domanda centrale che attraversa tutto il testo: cosa significa restare umani, oggi, senza smettere di sentire? Cosa significa sperare?”, lottare, la rabbia?
Perché ho scritto quest’opera
Ho scritto “Panorama minimo” per non rassegnarmi all’indifferenza. Per provare a tenere insieme ciò che spesso viene separato: l’amore e la politica, la fragilità e la responsabilità, il dolore personale e quello collettivo. Scrivere è stato un modo per attraversare la perdita, il senso di colpa, la rabbia e la tenerezza senza cercare assoluzioni facili. Questo libro nasce dal bisogno di nominare le cose mentre accadono, di non voltarsi dall’altra parte, di restare presenti anche quando è scomodo, ostinatamente cercare la bontà in un mondo che prova ogni cosa per mostrarsi cattivo. È un tentativo di resistenza minima ma ostinata: continuare a sentire, continuare a scegliere, continuare a dire “noi” senza smettere di interrogarsi.
Perché ho scelto Bookapoem
Ho scelto Bookapoem perché mette la poesia al centro, senza ridurla a prodotto o ornamento. Cercavo una realtà che rispettasse la voce dell’autore e il tempo lento della scrittura, capace di accompagnare un libro complesso senza snaturarlo. Bookapoem rappresenta per me uno spazio editoriale libero, attento e coerente, dove la poesia può ancora essere un gesto necessario e non un compromesso, dove le logiche del mercato vengono dopo alle logiche umane e di espressione.
Estratti
Un dovere
Ho paura di scoprire che sono triste.
Di scoprire che di rado un finale è felice.
Ho paura di abituarmi che siamo complici.
Ho paura che prima o poi qualcuno ci perdonerà per questo.
Questo essere alluvionati dentro.
Ché sembriamo solo foto vecchie,
ricordi passati –
ché non facciamo la differenza
e non siamo abbastanza.
Nessuna mezza parola o dilemma
se non uno e uno solo:
per ogni morto, una colpa in più;
per ogni silenzio, un giorno spezzato;
per ogni passato che io ho avuto
c’è per loro un futuro che non avranno.
Resistere alla tentazione di disperarsi.
Di sentirsi solo colpevoli e inermi.
Di credere che non servano a nulla questi abbracci.
Resistere e scriverlo sui muri,
sulle botteghe dell’anima,
dentro gli spazi comuni,
nei luoghi sacri alla gente
– e non perdonare niente –
e viverlo strada per strada, casa
per casa, piazza per piazza;
e resistere, come un dovere: resistere.
A Parigi
Cristo con una lettera di suicidio
nella metro parigina linea 3
per la madre bulimica
già sepolta in una coltre di foglie,
là da qualche parte a République.
La ballerina emaciata a piedi scalzi
sugli sputi dei barboni accasciati
stringe una scatoletta col padre
già cenere da cinque anni,
là da qualche parte a Saint Lazare.
Tu accanto a me occhi di fumo
e giacca d’autunno mi indichi
la nostra fermata, la prima di molte.
Sul muro una filastrocca in gesso blu
racconta: I padri s’accendono al mattino
con i gargarismi davanti al lavandino
mentre nelle stanze in penombra
si rannicchiano tra le tende come anguille
i figli appisolati su sogni di meraviglia
e qualche scricchiolio di maniglia.
Chiudiamo la nostra finestra
e non entra più nessuno tra di noi,
solo un Vangelo:
passiamo su questa vita
non come su di un campo,
ma su fogli di ferro
– e stridiamo con forza.
Natura
Ho il cuore stonato di chi scrive
e legge le liste dei suicidi dei giganti
della storia del mondo.
Sono una foglia, sono una tenda,
sono una canzone all’angolo di un bar.
Sono io la ragazza che balla,
l’uomo che stenta ai primi passi del figlio,
il buongiorno nei gruppi di vecchi,
il silenzio di un bosco bruno,
le scarpe bagnate dall’erba che sbrina.
Ho il passo lento di chi vive
e scrive la lista della spesa per la nonna
sorda che sgrana il rosario
e prende due pillole per dormire.
Sono la corrente, sono la lampadina,
sono l’ennesima dimostrazione
d’un problema irrisolvibile.
Sono io il ragazzo che non balla,
la madre che conta le stanze vuote,
la buonanotte dell’amata dopo il sesso,
il rumore della strada increspata,
il cappotto corto sulla vita.
Ho il naso tappato di chi fuma
e respira il sapore col raffreddore
preso a sbrinarsi il cuore in un parco
mentre le nuvole s’appoggiavano al sole.
L’ho letto da qualche parte
che forse siamo quasi totalmente vuoti
– mi concentro su ciò che di me esiste.
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